Chirurgia plastica

Mastoplastica Additiva Roma: Dr Giovanni Smaldone

Tecniche e protesi d’avanguardia per l’intervento di chirurgia plastica al seno più gettonato

In Breve


• Mastoplastica additiva: il ruolo del chirurgo nella fase pre operatoria
• Protesi seno: quali sono gli accorgimenti di cui tener conto al momento della scelta
• Rischi ed accortezze: tutto quello che c’è da sapere prima di sottoporsi ad un intervento di mastoplastica additiva

Dr. Giovanni Smaldone


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Il dr. Giovanni Smaldone, chirurgo plastico, ci ha accolti nel suo studio di Roma per rispondere ad alcune domande sulla mastoplastica additiva. Sebbene si tratti di uno degli interventi di chirurgia estetica più richiesti, sono ancora tante le informazioni che spesso le pazienti ignorano. Tra precauzioni e semplici curiosità, il dr. Smaldone ha stilato una sorta di vademecum dell’operazione.

Prima dell’operazione, quanti e quali sono i ruoli del chirurgo?

«Partiamo dal presupposto che chi si rivolge a me ha il desiderio di modificare l’aspetto del seno per ottenere un determinato risultato che, però, ha nella sua mente.
Ciò che io devo valutare al momento della visita – quindi in prima persona e sempre e soltanto guardando, toccando e visitando la paziente, mai per email, telefono e mai su whatsapp - parte innanzitutto dal profilo psicologico della paziente.
Un intervento chirurgico non è mai un gioco, un seno deve essere proporzionato alla persona, all’età, al carattere, allo stile di vita, ma soprattutto deve essere modificato per se stesse e non per assecondare i desideri di altre persone (mariti, fidanzati, etc). Ad una persona timida, ad esempio, non si potrebbe fare un seno estremamente esplosivo. Così come non avrebbe senso fare un seno timido e dimesso ad una persona estremamente vivace: ecco perché è importante conoscere e valutare le personalità delle pazienti. Finita la fase di approccio iniziale si passa alla visita vera e propria»

In cosa consiste, nello specifico, la visita?

«Il chirurgo plastico, prima di essere tale, è un medico. Dunque deve visitare non limitandosi alla zona da operare perché è indispensabile avere un quadro chiaro della condizione di salute del paziente e valutare se possa sopportare un intervento chirurgico e relativa anestesia. Questa valutazione mette in sicurezza tanto il paziente quanto il medico. Solo in seconda battuta ci si può soffermare sul seno visitando la paziente sia in piedi che da sdraiata»

Esistono dei canoni estetici standard ai quali attenersi in fase decisionale?

«Noi abbiamo dei concetti estetici forniti dagli studi che abbiamo fatto, ma dobbiamo comunque avere un senso dell’estetica e delle proporzioni ben presente. Esistono molte tecniche chirurgiche che possiamo utilizzare a seconda delle necessità specifiche della paziente per inserire le protesi. Bisogna modificare e adattare l’intervento in relazione alle necessità, i requisiti ed il target della paziente. Solo dopo la visita si inizia a parlare delle protesi

Alcune volte un seno rifatto è facilmente riconoscibile. Secondo lei dipende dalla forma della protesi troppo “rotonda” o poco naturale?

«Dunque, la rotondità del seno è anatomicamente normale solo nelle ragazze molto giovani.
Successivamente la parte superiore tende a svuotarsi perché tutto segue la legge di gravità. Questa forma, nei seni operati, si può ottenere sia con le protesi anatomiche (a goccia), sia con quelle tonde: il risultato dipende primariamente dalla forma di seno presente prima dell’intervento, poi dalla tecnica chirurgica e dalla dimensione delle protesi.»

Quali sono gli accorgimenti di cui tener conto nella fase di scelta delle protesi?

«Le nuove protesi si adattano alla forma naturale del seno, vicinissime alla forma anatomica, e il loro effetto è magnifico. Hanno un contenuto in silicone che non ha la stessa “memoria” di quelle con gel non coesivo. Inoltre è importante scegliere il tipo di superficie, io prediligo le liscie e le microtesturizzate»

In che tipo di rischio si può incorrere effettuando una scelta “sbagliata” delle protesi?

«Fino a qualche anno fa le protesi più gettonate erano le macrotesturizzate, perché opposte a quelle lisce. Questo tipo di protesi diminuiva la percentuale di insorgenza di capsula che si poteva indurire intorno alla protesi incentivata, al contrario si pensava, da quelle totalmente lisce. Mi spiego meglio: quando inseriamo una protesi in una mammella, l’organismo crea una sorta di muro ( la capsula appunto ) che delimita questo corpo estraneo. Ci sono dei casi in cui questa capsula s’ispessisce, s’indurisce e quindi genera un’ipertrofia della capsula periprotesica. Questo processo può portare alla deformazione della mammella e può recare dolore alla stessa, dunque va rimossa chirurgicamente.»

Cenni storici

«Per diminuire l’insorgenza di questo problema sono state create nei primi anni ‘80 le protesi a superficie rugosa, cioè si è estesa la superficie della capsula creando una serie di avvallamenti in modo da avere una capsula non più sferica ma che segue gli anfratti della superficie della protesi in modo da limitare la possibilità dell’insorgenza dell’ipertrofia della capsula.
Nei primi anni ‘60 le protesi erano esclusivamente lisce, successivamente si è arrivati alla modificazione di cui sopra per poi tornare, oggi, a quelle di superficie micro testurizzate e liscie. Perché questo ritorno alle protesi quasi liscie?
Negli ultimi 5 anni, stiamo assistendo all’aumento di una complicanza molto importante, un linfoma a cellule giganti, che , pur avendo una frequenza molto bassa ( un caso ogni 36 mila donne con protesi), ha allarmato il mondo accademico e tutta la platea delle pazienti operate. Tale patologia si è fin’ora presentata solo in donne che hanno le protesi macro testurizzate.
Se il linfoma viene diagnosticato precocemente si risolve semplicemente eliminando la capsula e la protesi. Ad oggi, non esiste la prova scientifica della correlazione diretta tra protesi e linfoma perché, appunto, la statistica è davvero molto bassa (si è registrato un caso su trentaseimila), ma siamo tornati all’uso di protesi con micro testurizzazione e liscie, per scongiurare totalmente rischi di questo tipo»

A cosa deve la grande passione che riserva per il suo lavoro e la sua grande professionalità?

«Sicuramente a quelli che definisco i miei “maestri” dai quali ho rubato con gli occhi e reso miei i loro suggerimenti che si sono rivelati indispensabili per la mia carriera. Primo su tutti mio padre, che mi ha fatto innamorare di questo bellissimo lavoro e anche della sua complessità!»


di Giancarlo Loiacono e Francesca Bubba