Intervista ad Andrea Arru: “Il Ragazzo dai pantaloni rosa e il bullismo come piaga da estirpare” - Infoestetica Magazine

Intervista ad Andrea Arru: “Il Ragazzo dai pantaloni rosa e il bullismo come piaga da estirpare”

Intervista ad Andrea Arru: “Il Ragazzo dai pantaloni rosa e il bullismo come piaga da estirpare”

In breve

  • Il provino iniziale

  • Un ruolo difficile

  • I social e il bullismo

  • Anch'io vittima di bullismo

  • Come è cambiata la mia vita

  • Il mio attore preferito e il futuro

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L’incontro di questo mese con Andrea Arru, magistrale interprete de Il Ragazzo dai pantaloni rosa, smuove le coscienze e pone interrogativi che richiedono una risposta urgente nella società contemporanea. Il film, tratto dalla tragica storia di Andrea Spezzacatena – il ragazzo di appena 15 anni suicidatosi dopo essere stato vittima di bullismo e cyberbullismo – è diventato il simbolo di una piaga sociale che troppo spesso trova nell’omofobia le sue più feroci declinazioni.

È difficile scrivere un articolo quando la realtà impatta così duramente sulle emozioni. Andrea Arru ci accompagna negli strati più profondi di questa storia con una professionalità che lo ha portato a essere scelto dalla regista Margherita Ferri, insieme a Sara Ciocca, Samuele Carrino e Claudia Pandolfi. La lucidità con cui i ruoli genitoriali vengono analizzati mette in luce dinamiche familiari dove non esistono compromessi con la verità dell’adolescenza. La famiglia torna a essere il perno su cui si costruisce l’identità, e i conflitti devono essere affrontati per non rischiare di perdere i propri figli prima ancora di poterli davvero ascoltare.

Come sottolinea lo stesso attore romano: “Il carnefice e la vittima finiscono per diventare un’unica persona.” L’anarchia dei social, matrice del cyberbullismo, è ormai la principale fonte da cui i ragazzi attingono, senza alcuna regolamentazione. La vicenda di Andrea Spezzacatena – bullizzato tramite un gruppo Facebook – rappresenta un drammatico fallimento della nostra società, come evidenzia lo stesso Arru. Uno strumento così potente, quando sfugge al controllo, diventa difficile da giustificare.

D: Come è nata l’idea di partecipare a un provino per Il Ragazzo dai pantaloni rosa?
R: È stato un processo abbastanza lungo. Come accade spesso, i provini iniziano mesi prima dell’uscita, quando la sceneggiatura non è nemmeno completa. Anche per me è stata una sorpresa: ho fatto almeno tre provini per il film e l’ultimo è stato con Samuele, Sara e gli altri ragazzi. Alla fine mi hanno preso.

D: Immagino sia stato molto difficile calarti in questo personaggio…
R: Molto. Fino a quel momento non avevo interpretato ruoli così distanti da me, anche se l’ho sempre desiderato dal punto di vista professionale. Più un personaggio è diverso da te, più è una sfida. E questo era un personaggio complesso, controverso… attorialmente “figo” da fare. La storia vera e il suo carico emotivo rendevano tutto più difficile. Ho anche incontrato la mamma di Andrea Spezzacatena, in un momento in cui i fatti di cronaca sul bullismo si susseguivano, purtroppo.

D: Che tipo di lavoro avete fatto con la regista sul personaggio?
R: L’intento era quello di restituire più sfumature possibile. Non volevamo un’interpretazione piatta o esclusivamente “cattiva”. Credo ci siamo riusciti: anche chi è bullo può essere una vittima. L’incontro con la mamma di Andrea è stato fondamentale. Nei suoi occhi si percepiva una forza enorme, la stessa che l’ha portata a scrivere un libro per salvare altri ragazzi. Il film è nato con questa volontà: denuncia e salvezza.

D: Dopo il film, cosa è cambiato nel modo in cui si affronta il bullismo?
R: Dal 2012, anno della tragedia di Andrea, sono cambiate diverse cose, soprattutto nelle scuole. Abbiamo cercato di fare una campagna di sensibilizzazione anche attraverso i social, che in questa storia hanno avuto un ruolo determinante.

D: A proposito dei social, quanto credi abbiano inciso nel peggiorare la situazione?
R: Il bullismo c’è sempre stato. Ma con l’avvento dei social, il suo potere si è quadruplicato. Prima, almeno, finiva tra i banchi di scuola. Ora invece continua anche a casa, ovunque tu sia. È una sofferenza che non ti lascia mai. E con gli account anonimi regna l’anarchia. Nel caso di Andrea, crearono addirittura un gruppo Facebook per bullizzarlo. Una cosa atroce. Non è accettabile che non ci sia ancora una regolamentazione giuridica adeguata.

D: Viviamo in un mondo che spinge all’omologazione. Quanto pesa questa dinamica sul bullismo?
R: Tantissimo. Basta uscire dagli schemi per essere etichettati come “diversi” e diventare un bersaglio. È una dinamica complicata. Basta un dettaglio estetico, una piccola imperfezione, per scatenare il bullismo. È un fallimento sociale enorme.

D: Come è cambiata la tua vita dopo il successo del film?
R: Ho ricevuto tantissimi messaggi, soprattutto da ragazzi che volevano raccontarmi le loro storie, confidarsi, chiedere consigli. La maggior parte ha capito l’importanza del film, e questo mi ha colpito molto: a volte non ti aspetti che i giovani possano comprendere davvero certe dinamiche. I più piccoli, che magari non distinguono tra attore e personaggio, mi hanno trasmesso grande positività.

D: Sei mai stato vittima di bullismo nella vita reale? Hai notato gelosia per il tuo successo?
R: Ne ho parlato anche alle Iene. Sì, sono stato vittima di bullismo da piccolo, soprattutto perché facevo l’attore. Ero visto come “diverso”. A scuola, questo ha comportato atteggiamenti particolari da parte dei compagni, e li vivo ancora oggi. È qualcosa che mi porto dietro dalle medie. Il peso del successo si fa sentire.

D: Come immagini il tuo futuro professionale?
R: Vorrei portare avanti uno stile recitativo tutto mio. Se devo scegliere un attore che per me è un faro, dico Robin Williams. Se mi chiedi con quale regista vorrei lavorare… sinceramente non saprei risponderti.