Francesca Romana De Martini. “Bellezza è insegnare e vivere la recitazione” - Infoestetica Magazine

Francesca Romana De Martini. “Bellezza è insegnare e vivere la recitazione”

Francesca Romana De Martini. “Bellezza è insegnare e vivere la recitazione”

Francesca-Romana-De-Martini2La voce di Francesca Romano De Martini è quella di una ragazzina, ma alle spalle ha un curriculum da veterana. Del resto, trent’anni di carriera tra tv, teatro e cinema non si costruiscono dal niente. Diplomata presso l'Accademia d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico", Francesca Romana De Martini ha lasciato il suo primo amore il teatro per cimentarsi nel cinema, lavorando in più di 38 titoli tra film e fiction tv al fianco di grandi registi e attori di spicco. Ma Francesca non è solo attrice. Dal 2008 è acting coach sui set, collaborando con numerosi registi di fiction e cinema. E dal 2011 insegna recitazione cinematografica presso l’Accademia nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” e la Scuola d’Arte Cinematografica “Gian Maria Volontè” a Roma. 

Partiamo dall’ultimo impegno, ti abbiamo appena visto nella fiction “Lea 2 - I nostri figli”. Com'è stato interpretare Francesca Verna?

Molto divertente, devo essere sincera. È un personaggio che ha un movimento interiore incredibile. Per me è stato leggero, lei vuole trovare un ponte tra il figlio e il padre, ma lo fa in modo lieve non conflittuale. Sembra superficiale ma non lo è e alla fine stupisce tutti.

Hai lavorato anche in produzioni internazionali (I Medici - Riviera 2 - Blood &Treasure 2). L'ultima è “La signora Volpe 2” di Declan Recks con Emilia Fox, che andrà in onda su Sky dopo l'uscita in Gran Bretagna.

Abbiamo finito da poco ed è stata una bellissima esperienza. Adoro lavorare nei set internazionali, lo devo ammettere, perché c’è un livello e una qualità superiore, forse anche perché ci sono produzioni più ricche. In particolare, lavorare con Emily Fox, la cui fama la precede, è stato molto bello. Il regista irlandese ha un modo molto delicato di condurre gli attori, poi c’erano una serie di attori italiani, insomma è stato bello. Siamo stati in Umbria, abbiamo girato lì, è abbiamo girato in posti meravigliosi.

Il cinema italiano e quello estero sono molto diversi?

Dipende, nei set internazionali dove ho lavorato c’è stata una differenza anche per le possibilità economiche della produzione, che spesso sono più ricche, come dicevo prima. Diciamo che lavorando spesso in Gran Bretagna, ho capito di avere un’attitudine che si sposa molto con quella inglese. Sento molto il loro spirito e mi trovo molto bene in queste produzioni.

Ha lavorato con grandi registi come Bertolucci, Pupi Avati, Veronesi. Com’è lavorare con grandi direttori come loro

I maestri sono maestri, ognuno ha una sua caratteristica personale, ma la cosa che li accomuna tutti – almeno quelli che ho incontrato – è che hanno una grande attenzione per le persone che lavorano con loro, tutte. Sia nei piccoli ruoli che nei grandi ruoli, ma anche verso i collaboratori e lo staff. 

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C’è un aneddoto particolare legato a uno di questi grandi registi?

Aneddoti ne avrei mille su Bertolucci, perché oltre ad avere lavorato io con lui anche mio figlio è stato protagonista di un suo film. Su quel set mi ricordo che la sceneggiatura del film aveva un finale diverso: la protagonista doveva morire in un bar. Il location manager fece vedere tutti i bar di Roma a Bertolucci, non ce n’era nessuno che piacesse a Bernardo. Poi un giorno è arrivato e ha detto: “Allora, queste venti pagine della sceneggiatura sono tagliate. Il film finisce con l’uscita dei due protagonisti dalla cantina. Dobbiamo rigirare la scena”. Perché l’aveva già girata. Lì c’è stato un grande sconcerto della troupe ma è lì che vedi che è l’artista che crea. Lui aveva deciso che non voleva più chiudere con la morte della ragazza, preferiva un finale aperto di speranza. Che è una sua caratteristica. Poi, siccome voleva che mio figlio (il protagonista) avesse con sé tutta l’esperienza della cantina, per girare quella scena con consapevolezza, lo ha invitato a casa sua a vedere il pre-montato. Quando sono andato a prenderlo, lui era scosso dall’essersi rivisto e avere ripercorso quello che aveva fatto. Sul set il giorno dopo Jacopo era diverso, più consapevole di quello che avrebbe girato.

Quando ha capito che la recitazione sarebbe stata la sua vita?

Sicuramente c’è stata una svolta quando sono entrata in accademia e ho superato l’esame per entrare all’Accademia nazionale di Arte Drammatica. È stato un momento importante perché su 700 persone ne prendono 25 e li capisci che qualcosa hai da dare. Poi la vita dell’attore è complicata. Ci sono momenti che vanno molto bene, tipo questo e tocco ferro (ride), e momenti anche molto difficili in cui le cose non vanno, non prendi neanche un lavoro. Momenti nei quali ti interroghi e ti chiedi se sei brava abbastanza o non ha più niente da dare. Adesso mi guardo indietro e penso: finora ce l’ho fatta tra gli altri e bassi.

Sei anche acting coach sui set, qual è il tuo ruolo?

Generalmente preparo gli attori alla scena ma dipende dal film e dal progetto. A volte hai tempo prima per lavorare con gli attori, a volte stai solo sul set o prepari l’attore prima fuori dal set. Ciak dopo ciak dai un input, ma dipende molto dal tipo di attore che seguo e dal tipo di lavoro. Ma è anche molto divertente.

È diverso da insegnare recitazione, altra attività che fai?

In questo caso, si lavora sul gruppo e allora parliamo di formazione. Puoi fare tutta una serie di esercizi e quindi hai un tempo maggiore per permettere a questi ragazzi di sbagliare, che per loro è utilissimo per capire come muoversi, come migliorare. C’è molto più tempo. 

Cosa cerchi di trasmettere ai giovani attori?

Cerco di insegnargli a sentirsi liberi dalle costrizioni del lavoro del cinema, perché ce ne sono molte. Cerco di insegnargli a superare gli ostacoli che hanno, vergone, timori, paure, e a conquistarsi la liberà espressiva. Cerco di trasmettergli il rigore e curare il loro corpo, che poi è il loro strumento principale. Ma anche di essere sani mentalmente perché ci sono tante difficoltà in questo ambiente e bisogna essere in grado di superarle.

Tra tutti questi lavori quale ti piace di più, quale ti è più affine?

Mi piace molto insegnare, poi chiaramente mi piace recitare. Dell’insegnamento mi piace il rapporto con i giovani, lo scambio che c’è, dare quello che ho imparato ed evitargli alcune difficoltà che io ho incontrato e che si sono verificate perché nessuno mi aveva spiegato che ci sarebbero state.

Senti di avere dato tutto o c’è ancora altro che vorresti fare?

No, c’è altro, molto! Vorrei tornare a teatro, vorrei poter fare più la commedia. Poi, chi lo sa. Chi vivrà vedrà…

Chiudiamo con un sguardo al futuro: sogni nel cassetto?

Tornare in teatro. C’è un testo che ho preso a Londra qualche anno fa e che ho portato a un’amica regista e ci stiamo lavorando. È uno spettacolo tutto al femminile. Vediamo se ci riusciamo, sarebbe bello.